martedì 5 luglio 2011

Il Nonno Dino a Zipolite | una 'cartolina fantastica' di Isabella Panero

Mi sveglio e anche oggi sono in Messico.

il Nonno Dino
Come una tartaruga appena nata, mi dirigo veloce verso l’acqua: l’oceano è grande ma qui non fa paura. Mi sveglia il fresco frizzante delle onde, vedo dall’acqua la capanna del Bar: già qualche avventore seduto sorseggia un caffè.
Sono messicani i primi a far la colazione, parlano poco loro nei vestiti colorati sulla pelle scura, però sorridono e si guardano ammiccanti.
Al mio arrivo mi si fanno incontro gentili e strafottenti come sempre.


Il Messico non è lo Yucatan, non è Città del Messico o il paradiso dei sub: non solo.
Il Messico è l’Italia dei tempi miei. E adesso che l’ho visto con i miei occhi, lo posso raccontare.
Con lo stecchino da denti al posto delle 60 sigarette al giorno, eccomi qui che guardo il mare da un tavolino sotto le palme - qui non si fuma, qui non serve fumare.
Sessantacinque anni, ripreso per i capelli da un infarto, ho deciso di partire per vedere Zipolite e Puerto Anjel, le spiagge sull’oceano di cui si fantasticava da ragazzi.
Queste spiagge sono piccole comunità di gente pacifica, la natura e l’uomo vivono per mano, il silenzio la cortesia e la calma sono gli ingredienti principali di questa ricetta di vita.
Questo mi pare essere un Messico vero, non quello per i turisti smaniosi. Per arrivare ho preso l’aereo il pullman e alla fine il coche – un’Ape stracolma di passeggeri attaccati ovunque: a me, però, persona anziana, mi hanno fatto accomodare dentro. Perché i messicani sono gentili, soprattutto fuori dalla metropoli.
La colazione sulla spiaggia, all’ombra delle palme con il mare come unico orizzonte, vicino e lontano. La frutta fresca, i pancake col miele, il caffèllatte – unica cosa che sa di casa – le facce assonnate del primo mattino son tutte facce sconosciute e amiche.
Passano le donne messicane con grandi ceste piene di mistero: una sbirciatina e vedo che vendono rosse cavallette fritte, pettini d’osso e pezzi di cioccolato grezzo.
Io sto qua, col mio stecchino tra le dita, sguardo lungo, sento i capelli che si asciugano velocemente, il sale mi tira la pelle, la frutta colorata mi fa tornare il sorriso, mi rinfresca l’anima.
Dietro – come passaggio d’arrivo e di partenza, come limbo di tempo fra il paradiso e la terra – la foresta di palme. Ieri notte facevano il solletico alla luna piena. Ora mi sorridono protettive guardandomi le spalle, domani accompagneranno silenziose e quiete il mio ritorno alla realtà. 
le mie amiche palme
Mi rimetterò lo stecchino in bocca e me ne tornerò alla vita, quella del tempo e dello spazio.
Chissà se mi volterò indietro camminando tra le mie amiche palme… magari così non si accorgeranno che me ne sto andando.

Non ci vivrò a Zipolite, ma venendo qua mi son pacificato il cuore.



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