venerdì 29 luglio 2011

Australia

Ci si arriva dopo più di 24 ore, partendo da casa mia.




L’Australia è una terra primordiale.
Tutto è deciso, non ci sono sfumature. Da una base cromatica, più o meno costante ma sempre percepibile, chiara trasparente flebile o effimera, spunta d’improvviso un punto di colore forte acceso solido. Può essere un fiore coloratissimo due occhi rossi spalancati una conchiglia gigante. 






A volte c’è una brillantezza nell’aria che pare di vedere la cupola di vetro dell’atmosfera. E allora inizi a immaginarti chi ci sia lassù a guardare dentro il vetro e a chiedersi chi ci sia quaggiù. Pensi che potrebbero essere uomini giganti, magari col camice bianco e un golfino di lana colorata, le facce buone, che devono solo prendersi cura di questa pallina di vetro con dentro una pallina di terra con dentro una pallina di fuoco liquido. E poi tanti omini piccini piccini che se ne inventano di tutte, si agitano, corrono di qua e di là per darsi pena di controllare che tutto vada bene. Son belli soprattutto quando sorridono, questi omini piccoli piccoli. Allora sì che si apre il cuore a guardarli.
Si vede meglio cosa succede perché sono in meno, qui, molti molti meno.
Ma l’Australia ha un cuore duro.
La natura ha il suo posto e l’uomo si è ritagliato degli spazi agevoli dentro la natura. Spesso convivono bene, la natura e l’uomo. Esattamente l’opposto dell’Europa dove la natura viene relegata, a volte ‘salvata’, in zone agevoli dentro il mondo dell’uomo. E dove solo talvolta convivono bene, l’uomo e la natura. 


Qui tutto è primordiale, violento anche. Vivendo per un po’ in una famiglia locale riesci a penetrare dei caratteri ontologici più che culturali del popolo australiano.
Non conoscerai mai un popolo se prima non conosci gli individui.
Si può anche dire che è tutto diverso dal nostro vecchio mondo, perché culturalmente appare tale. Ma le pulsioni sono le stesse, in fondo, e da lì tutto ha origine: si celebra la vita come la morte, le unioni, i successi; ci si stringe nelle difficoltà, si piange insieme la tristezza, si ride di gusto ogni tanto.
Nel pullulare di occhi blu azzurri talvolta verdi, nelle pelli lattee sotto un sole cocente, tra i sorrisi smaglianti bianchissimi e facce pericolose nella loro basica bellezza, si percepisce, se solo ci si fa un po’ di attenzione, una sensazione di armonia e di leggerezza che noi Europei non conosciamo. E’ come avere un peso più lieve sulla testa. E non soltanto quando il tempo è bello – cieli infinitamente azzurri, luce bianca abbagliante, il sole ovunque che non ti puoi nascondere – anche nei giorni di pioggia l’aria sulla testa è meno pesante. Forse è solo meno, chissà. Eppure le nuvole sono nuvole –- ma a pensarci bene… ma le ho viste davvero le nuvole? --  però di sicuro la pioggia è pioggia.
Ed ecco allora Melbourne: la città delle quattro stagioni. 
Sembra eccessiva un po’ iperbolica come definizione, anche incomprensibile volendo. Ma quando succede che in poche ore dall’estate si passa all’autunno non puoi fare a meno di guardarti intorno e sorprenderti sorridendo contenta di scoprire che effettivamente in un giorno puoi attraversare anche 4 stagioni. Qui a Melbourne.
Che strano... mi viene in mente che anche gli ingorghi del traffico sono più leggeri qui, più armoniosi. Forse lo scorrere del tempo è proprio diverso... oppure può essere anche per il fatto che tutto è meccanico deciso determinato. Il ritardo per esempio è assolutamente non contemplato, tutto è vietato e ci sono istruzioni precise su come fare ogni cosa: il koala si accarezza solo sulla schiena, se sei incinta l’auto la metti lì, per fumare devi stare entro 1 metro dal portacenere…
Per fortuna, ogni tanto capita di alzare la testa e vedere un paio di scarpe appese ai cavi elettrici, penzolanti. E allora pensi che c’è vita, sempre, ovunque, anche in Australia. 
E tiri un sospiro di sollievo.

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