Prima tappa: Lucardo, che già nel nome aderisce simpaticamente al periodo dell'anno in cui ci muoviamo. Oggi è il 10 d'agosto.
Un borgo minuscolo arroccato su un poggio tra Montespertoli e Tavarnelle, un borgo vecchio, antico, costruito ed abitato da un cortigiano dei granduchi Lorena di Toscana. Viaggiatore, uomo d'onore, fondatore di nuove realtà ed, evidentemente, amante di luoghi paradisiaci e bucolici.
Un borgo minuscolo arroccato su un poggio tra Montespertoli e Tavarnelle, un borgo vecchio, antico, costruito ed abitato da un cortigiano dei granduchi Lorena di Toscana. Viaggiatore, uomo d'onore, fondatore di nuove realtà ed, evidentemente, amante di luoghi paradisiaci e bucolici.
In realtà poco c'è di visitabile, in quanto un enorme cantiere impacchetta quasi tutta la struttura, betoniere stivali da lavoro e carriole sono messe da parte sotto uno splendido portico rustico in pietra. Immancabilmente, un cantiere; immancabilmente, appartamenti in vendita. Ormai la terra-Toscana è tutta in vendita.
C'è poi subito fuori dal borgo un edificio con un vecchio cartello sbiadito che dice: “Moto Bed&Breakfast”, e un più piccolo cartellino con foto che descrive un'altra meravigliosa struttura anch'essa in vendita, con tanto di torretta aperta su tre lati.
Si sente la pace, si odora la quiete di questo sperduto borgo antico, dove nessuno abita, dove nessuno viene in visita, dove c'è un ordine e una staticità che sembra che neanche il vento possa turbare.
Sedute su una panchina di fronte alla pieve, ci si meraviglia del silenzio così come anche della grandezza della chiesa che si credeva essere una piccola pieve buia e riservata, come da tradizione. Invece si guarda una grande chiesa dipinta di giallo, con le campane ferme e il disco elettrico a rintoccare le ore, un'aiuola di verde ordinato e rigoroso a determinare la geometria della piazza, affatto piccola. La chiesa è ovviamente chiusa. Le chiese sono sempre chiuse, sempre di più. Ma la delusione non infrange la nostra quieta gioia.
Tra i commenti del nostro silenzio e lo sguardo che vaga immaginando una vita in questo luogo fuori dalle rotte turistiche, mentre si progetta un futuro a nostra misura e del colore dei nostri sogni, arrivano auto, una dietro l'altra, una due tre.. scende per primo un signore che ci mostra orgoglioso quanto panorama si affaccia ai nostri occhi: dalle Alpi Apuane al monte vicino Lucca, da Monte Morello alle colline fiesolane, sembra quasi che navighi a vista nei suoi possedimenti dall'amore che mette nel nominare le montagne dintorno, la lontananza di quelle terre che in un giorno di rara lucida nitidezza si vedono a braccio fino quasi alla costa. La Gorgona! Nei giorni migliori si vede anche la Gorgona! ci dice entusiasta, per poi risalire nel suo fuoristrada e sgommare via veloce com'era venuto. Due signore anziane portano un'auto rossa fiammante che quasi sconvolge la vista per la forte tinta, fanno il giro della piazza e se ne vanno, senza rallentare minimamente, senza soffermarsi, come se fosse una rotonda di città, lasciando solo polvere dietro di loro. Come se fosse una girata che si fa ogni giorno, con la stessa nonchalance, così arriva anche un'altra auto con signora e bambina che fermano l'auto davanti a noi in un immaginario parcheggio che proprio non c'è, scendono e se ne vanno lasciando tutto aperto, pare non tornino più da quanto stanno via. Ma poi in un lampo risalgono in macchina e si allontanano, sparendo repentine.
Queste le uniche presenze del luogo, fugaci, veloci, quasi assenze di umanità in esseri umani di passaggio. Nemmeno un animale, a parte un'ape ronzante intorno a noi forse stupita anch'essa di una presenza che si sofferma per più di qualche minuto, e gli uccellini che si sentono lontani, fuori dalla piazza. Come se dentro non ci si potesse stare, se non a rischio autodistruzione.
Ci rincamminiamo verso la campagna aperta... e che sorpresa! Il panorama, percorrendo in macchina il ciglio della collina, si apre davanti ai nostri occhi come uno splendore. Di qua e di là, giù dal crinale, la campagna toscana, di viti e olivi, di boschetti e cipressi, case coloniche e ville e fienili, il sole che illumina tutto con maestria quasi inusitata. I colori sono tutti nelle tonalità del verde, a contrasto col perfetto blu del cielo, digradante dal celeste all'azzurro intenso pieno denso, non c'è una nuvola in vista, niente di bianco si staglia tra noi e quello spettacolo commisto di natura e atti umani, tutto è perfettamente in ordine tutto è come se fosse vero ma in realtà sembra finto tanto è bello.
Nessun essere vivente nella campagna toscana. Forse è la stagione, forse la vasta immensità del paesaggio in cui le poche anime si nascondono rarefatte, forse il caldo che inzuppa gli abiti di chi si muove a quest'ora, l'ora del riposo. Noi vaghiamo in macchina, andando a passo lento, sbigottite da tutta questa bellezza, piano per potersi riempire il cuore di un'immensità che spesso ci sfugge. Non c'è tempo per vedere tutto, sembra, lo sguardo corre rapito da ogni parte, a ogni piega del terreno, a ogni curva si apre un nuovo orizzonte di gioia e riconciliazione.
Tra i commenti del nostro silenzio e lo sguardo che vaga immaginando una vita in questo luogo fuori dalle rotte turistiche, mentre si progetta un futuro a nostra misura e del colore dei nostri sogni, arrivano auto, una dietro l'altra, una due tre.. scende per primo un signore che ci mostra orgoglioso quanto panorama si affaccia ai nostri occhi: dalle Alpi Apuane al monte vicino Lucca, da Monte Morello alle colline fiesolane, sembra quasi che navighi a vista nei suoi possedimenti dall'amore che mette nel nominare le montagne dintorno, la lontananza di quelle terre che in un giorno di rara lucida nitidezza si vedono a braccio fino quasi alla costa. La Gorgona! Nei giorni migliori si vede anche la Gorgona! ci dice entusiasta, per poi risalire nel suo fuoristrada e sgommare via veloce com'era venuto. Due signore anziane portano un'auto rossa fiammante che quasi sconvolge la vista per la forte tinta, fanno il giro della piazza e se ne vanno, senza rallentare minimamente, senza soffermarsi, come se fosse una rotonda di città, lasciando solo polvere dietro di loro. Come se fosse una girata che si fa ogni giorno, con la stessa nonchalance, così arriva anche un'altra auto con signora e bambina che fermano l'auto davanti a noi in un immaginario parcheggio che proprio non c'è, scendono e se ne vanno lasciando tutto aperto, pare non tornino più da quanto stanno via. Ma poi in un lampo risalgono in macchina e si allontanano, sparendo repentine.
Queste le uniche presenze del luogo, fugaci, veloci, quasi assenze di umanità in esseri umani di passaggio. Nemmeno un animale, a parte un'ape ronzante intorno a noi forse stupita anch'essa di una presenza che si sofferma per più di qualche minuto, e gli uccellini che si sentono lontani, fuori dalla piazza. Come se dentro non ci si potesse stare, se non a rischio autodistruzione.
Ci rincamminiamo verso la campagna aperta... e che sorpresa! Il panorama, percorrendo in macchina il ciglio della collina, si apre davanti ai nostri occhi come uno splendore. Di qua e di là, giù dal crinale, la campagna toscana, di viti e olivi, di boschetti e cipressi, case coloniche e ville e fienili, il sole che illumina tutto con maestria quasi inusitata. I colori sono tutti nelle tonalità del verde, a contrasto col perfetto blu del cielo, digradante dal celeste all'azzurro intenso pieno denso, non c'è una nuvola in vista, niente di bianco si staglia tra noi e quello spettacolo commisto di natura e atti umani, tutto è perfettamente in ordine tutto è come se fosse vero ma in realtà sembra finto tanto è bello.
Nessun essere vivente nella campagna toscana. Forse è la stagione, forse la vasta immensità del paesaggio in cui le poche anime si nascondono rarefatte, forse il caldo che inzuppa gli abiti di chi si muove a quest'ora, l'ora del riposo. Noi vaghiamo in macchina, andando a passo lento, sbigottite da tutta questa bellezza, piano per potersi riempire il cuore di un'immensità che spesso ci sfugge. Non c'è tempo per vedere tutto, sembra, lo sguardo corre rapito da ogni parte, a ogni piega del terreno, a ogni curva si apre un nuovo orizzonte di gioia e riconciliazione.
E' come andare su un istmo di terra sospeso sul Paradiso. Le parole iniziano a mancare, il silenzio riempie l'abitacolo, le risa rompono la quiete esterna, si sogna si scruta si immagina la vita oltre la nostra quotidianità, in un abbraccio immenso che mette a posto ogni cosa, lasciando tutto lo spazio aperto alla sorpresa.
Poi si curva. Si curva senza motivo guidati dal vento che non c'è, si passa un paese alla ricerca di una pieve intuita da un cartello marrone, di quelli che usano regalare bellezze ai visitatori. E ci si ferma, per caso e solo per curiosità, attratte da un oggetto che pare voler essere un oggetto d'arte, da una casa colonica che è quasi l'unica senza intonaco, da un parcheggio segnalato da una grande “P” di ferro arrugginito eppure di ricca apparenza. Si va a curiosare in casa d'altri, ebbene sì. Così, solo per vedere, solo per sentire l'odore che si respira qui. E come in una favola, nel parcheggio tra gli ulivi e senza plastica, l'incontro con una signora dall'aspetto contadino che ci riempie di racconti e spiegazioni e che, soprattutto, sembrava ci stesse aspettando.
Di sopresa in sopresa.
Adesso gli esseri umani si mescolano al nostro viaggio pomeridiano. Ci invitano a vedere il posto, ci portano nei vigneti, ci indicano a braccio i loro possedimenti, stavolta davvero di loro proprietà, ci accolgono come se fossimo di casa, da sempre. Con una calma e un tempo che oggi sono anche nostri, ma che di solito non ci appartengono, si va a sentire la spiegazione di come fanno il vino, giù nella cantina moderna ma pur sempre affetta da un tocco di magia. Ci sediamo fuori, in un salotto fatto di balle di paglia e pancali, come un piccolo presepe, interdetto ai portatori d'allergia, che s'affaccia sulla vallata immensa aperta colorata di giallo oro e verde brillante. Sopra di noi, sempre il cielo intonso e scintillante.
La signora sorridente e capace, come si vede dallo sguardo acceso e dalla vesti campagnole, ci racconta la storia della casa, la storia della sua famiglia, senza neppure mascherare lo scontento per rapporti forse incrinatisi nel tempo e trascuratezze che pare non rendano completa la sua gioia di quell'avere. Il figlio, la figlia, due giovani come noi, sono intenti ad accudire altri visitatori, perché, come ci viene detto con reciproca sorpresa, oggi c'è la festa sull'aia. Noi non lo sapevamo ma ci siamo arrivate come attratte da un appuntamento non scritto, loro non ci aspettavano ma aspettavano qualcuno proprio come noi.
Ci prendono per mano e ci fanno accomodare, circondandoci di racconti e gentilezze, ci offrono ottimo cibo e il loro vino, ci lasciano il tempo che ci serve per sospirare di bellezza guardandoci intorno, passeggiando tra i loro ulivi. Ci sorridono ogni tanto, poco e raramente, perché i toscani sono così, ruvidi e accoglienti: e a noi sembra di essere prese sotto un'ala benevola.
Sentendoci viandanti rifocillati e benvenuti, ci accomodiamo con gli altri visitatori, che non sono per niente casuali, in un iniziale silenzio da tipico distacco cittadino. Il primo bicchiere di vino rosso però fa presto la sua parte, e si rompe il ghiaccio. Queste poche famiglie si aprono allora alla conversazione, mandano i bambini a giocare con noi dopo la girata sul trattore, così eccitante per loro che quasi non si tengono, mentre si mangia e si sorseggia e si scambiano sorrisi calorosi e lunghi, senza intrighi e contraddizioni, perché adesso si è tutti nello stesso Paradiso.
Si scoprono oggetti d'arte-artigianato in ogni angolo, ciotole e piatti in terracotta, lavorati grezzi e tutti diversi per l'evidente manualità non industriale che li ha creati, scatole strane che rimandano risposte fondamentali in questo giorno speciale in cui tutto torna, e in un gioco di specchi le domande della penombra mattutina trovano risposta nella luminosa luce solare del pomeriggio. Poi d'improvviso spuntano dei piedi nudi da sotto un paravento, quasi si sobbalza per lo spavento, ma subito si ride perché - si sa - son di terracotta! Ancora vino ancora cibo, tutto locale ovviamente, tutto di gran sapore e profumo, tutto familiare perché questa terra apparterrebbe anche a noi, se solo potessimo ritornarci, e la convivialità si rafforza, le distanze si accorciano, le parole si scaldano di familiarità e curiosità reciproca.
Intanto si fa buio, l'aria si raffresca, gli sguardi si ammorbidiscono e intorpidiscono per l'elevata gradazione alcolica del vino buono, la calma torna in noi, si sta seduti comodi e si guarda lontano, mentre il tramonto rosso rossissimo infuoca le creste nell'infinito, ora silhouette di luce ferma come in una parata di benvenuto alla luna piena che occhieggia dall'altra parte del cielo. Ci si sente racchiusi, raccolti nella Terra, protetti da bastioni dell'anima che la città ci ruba, inglobati e partecipi di una natura che per fortuna è ancora salva e ancora in grado di salvarci ogni tanto. Lo sguardo lungo fa bene al cuore.
A sera, con gocce ormai di vinsanto tra le mani, giunto “l'artista” partecipe anche lui ma duro nella sua riservatezza di uomo rifugiatosi nel silenzio e nella produttività libera dopo una vita cittadina di lavoro e routine, mentre l'acchiappa-sogni di foggia indiana ma di matrice nostrana continua a tintinnare dall'albero che lo ospita per scandire i battiti del cuore - che ora va più piano, che ora gongola e sospira - sembra che siamo tutti una piccola comunità di gente assai diversa, unita e riunita sotto un cielo senza stelle, le finestre che paiono magnifici trompe-l'oeil e invece sono veri squarci di paesaggio immaginifico. Ci salutiamo senza forma e formalità, semplicemente andandocene. Perché così si fa qui, non servono troppe parole, non appuntamenti né promesse di convenienza. E gli occhi riprendono a vagare nella campagna immensa, ormai sazi di bellezza, di pace, di comunione d'anime.
E il cuore tace, si fa silenzioso e ridente, preparato per la notte.
Poi si curva. Si curva senza motivo guidati dal vento che non c'è, si passa un paese alla ricerca di una pieve intuita da un cartello marrone, di quelli che usano regalare bellezze ai visitatori. E ci si ferma, per caso e solo per curiosità, attratte da un oggetto che pare voler essere un oggetto d'arte, da una casa colonica che è quasi l'unica senza intonaco, da un parcheggio segnalato da una grande “P” di ferro arrugginito eppure di ricca apparenza. Si va a curiosare in casa d'altri, ebbene sì. Così, solo per vedere, solo per sentire l'odore che si respira qui. E come in una favola, nel parcheggio tra gli ulivi e senza plastica, l'incontro con una signora dall'aspetto contadino che ci riempie di racconti e spiegazioni e che, soprattutto, sembrava ci stesse aspettando.
Di sopresa in sopresa.
Adesso gli esseri umani si mescolano al nostro viaggio pomeridiano. Ci invitano a vedere il posto, ci portano nei vigneti, ci indicano a braccio i loro possedimenti, stavolta davvero di loro proprietà, ci accolgono come se fossimo di casa, da sempre. Con una calma e un tempo che oggi sono anche nostri, ma che di solito non ci appartengono, si va a sentire la spiegazione di come fanno il vino, giù nella cantina moderna ma pur sempre affetta da un tocco di magia. Ci sediamo fuori, in un salotto fatto di balle di paglia e pancali, come un piccolo presepe, interdetto ai portatori d'allergia, che s'affaccia sulla vallata immensa aperta colorata di giallo oro e verde brillante. Sopra di noi, sempre il cielo intonso e scintillante.
La signora sorridente e capace, come si vede dallo sguardo acceso e dalla vesti campagnole, ci racconta la storia della casa, la storia della sua famiglia, senza neppure mascherare lo scontento per rapporti forse incrinatisi nel tempo e trascuratezze che pare non rendano completa la sua gioia di quell'avere. Il figlio, la figlia, due giovani come noi, sono intenti ad accudire altri visitatori, perché, come ci viene detto con reciproca sorpresa, oggi c'è la festa sull'aia. Noi non lo sapevamo ma ci siamo arrivate come attratte da un appuntamento non scritto, loro non ci aspettavano ma aspettavano qualcuno proprio come noi.
Ci prendono per mano e ci fanno accomodare, circondandoci di racconti e gentilezze, ci offrono ottimo cibo e il loro vino, ci lasciano il tempo che ci serve per sospirare di bellezza guardandoci intorno, passeggiando tra i loro ulivi. Ci sorridono ogni tanto, poco e raramente, perché i toscani sono così, ruvidi e accoglienti: e a noi sembra di essere prese sotto un'ala benevola.
Sentendoci viandanti rifocillati e benvenuti, ci accomodiamo con gli altri visitatori, che non sono per niente casuali, in un iniziale silenzio da tipico distacco cittadino. Il primo bicchiere di vino rosso però fa presto la sua parte, e si rompe il ghiaccio. Queste poche famiglie si aprono allora alla conversazione, mandano i bambini a giocare con noi dopo la girata sul trattore, così eccitante per loro che quasi non si tengono, mentre si mangia e si sorseggia e si scambiano sorrisi calorosi e lunghi, senza intrighi e contraddizioni, perché adesso si è tutti nello stesso Paradiso.
Si scoprono oggetti d'arte-artigianato in ogni angolo, ciotole e piatti in terracotta, lavorati grezzi e tutti diversi per l'evidente manualità non industriale che li ha creati, scatole strane che rimandano risposte fondamentali in questo giorno speciale in cui tutto torna, e in un gioco di specchi le domande della penombra mattutina trovano risposta nella luminosa luce solare del pomeriggio. Poi d'improvviso spuntano dei piedi nudi da sotto un paravento, quasi si sobbalza per lo spavento, ma subito si ride perché - si sa - son di terracotta! Ancora vino ancora cibo, tutto locale ovviamente, tutto di gran sapore e profumo, tutto familiare perché questa terra apparterrebbe anche a noi, se solo potessimo ritornarci, e la convivialità si rafforza, le distanze si accorciano, le parole si scaldano di familiarità e curiosità reciproca.
Intanto si fa buio, l'aria si raffresca, gli sguardi si ammorbidiscono e intorpidiscono per l'elevata gradazione alcolica del vino buono, la calma torna in noi, si sta seduti comodi e si guarda lontano, mentre il tramonto rosso rossissimo infuoca le creste nell'infinito, ora silhouette di luce ferma come in una parata di benvenuto alla luna piena che occhieggia dall'altra parte del cielo. Ci si sente racchiusi, raccolti nella Terra, protetti da bastioni dell'anima che la città ci ruba, inglobati e partecipi di una natura che per fortuna è ancora salva e ancora in grado di salvarci ogni tanto. Lo sguardo lungo fa bene al cuore.
A sera, con gocce ormai di vinsanto tra le mani, giunto “l'artista” partecipe anche lui ma duro nella sua riservatezza di uomo rifugiatosi nel silenzio e nella produttività libera dopo una vita cittadina di lavoro e routine, mentre l'acchiappa-sogni di foggia indiana ma di matrice nostrana continua a tintinnare dall'albero che lo ospita per scandire i battiti del cuore - che ora va più piano, che ora gongola e sospira - sembra che siamo tutti una piccola comunità di gente assai diversa, unita e riunita sotto un cielo senza stelle, le finestre che paiono magnifici trompe-l'oeil e invece sono veri squarci di paesaggio immaginifico. Ci salutiamo senza forma e formalità, semplicemente andandocene. Perché così si fa qui, non servono troppe parole, non appuntamenti né promesse di convenienza. E gli occhi riprendono a vagare nella campagna immensa, ormai sazi di bellezza, di pace, di comunione d'anime.
E il cuore tace, si fa silenzioso e ridente, preparato per la notte.
Nessun commento:
Posta un commento