…della leggerezza
“una penna di legno e una piuma bianca”
un breve scritto di Isabella Panero
Una penna di legno e una piuma bianca,
ecco quel che mi serve per scrivere dell’adesso. Dell’incontro con la
leggerezza, che non ha certo maggior peso della pesantezza, e che anzi funziona
con lei come lo yin e lo yang, l’aprire e il chiudere, il mettere
e il togliere, la fretta e la lentezza.
Mentre
vivevo nel fuori ho messo messo messo, aggiunto e sommato, fatto prodotto ed
esposto, espresso esibito accumulato.
“Avevo
bisogno di soffocare con sensazioni esterne tutto quello che mi s’era
accumulato dentro. […] Le piccole passioni in me erano sempre acute, roventi a
causa della mia congenita, morbosa sensibilità. […] Mi assaliva una voglia
isterica di contraddizioni, di contrasto. […] Fin d'allor mi portavo nell'anima
il mio sottosuolo», scopersi un
giorno che così diceva il signor Dostoevskij, e mi sentii meno sola, forse anche
un po’ meno aliena.
Le mie letture mi tenevano la mano,
fin da bambina, nello scrivere e nel camminare in antri bui, in scantinati di
roba ammassata. Ero alla ricerca, sono sempre stata alla ricerca, d’altronde.
Son diventata grande, poi, e come per
magia ho cominciato a fare film, dove potevo mescolare le parole alle immagini
e impastarle coi suoni i colori e le note. E l’esplorazione del dentro è
divenuta un portar fuori.
L’espressione di se’ era la sveglia
mattutina, era il picchio che picchia conficcato nello stesso punto e scava il
legno per denudarne la polpa; ma era anche il faro che guida nelle notti
insonni, una lanterna accesa fissa davanti agli occhi per fare un passo dopo
l’altro nella direzione voluta. Il mal di
vivere poteva divenire forma e racconto, i tumulti suonavano ora di basse
tonalità, le luci si accendevano gialle rosse e blu, persino viola e verdi, per
accecare i bui dolori di dentro. Insomma, si poteva parlare di se’ senza parlare
di se’: avevo trovato modi e modalità per esprimere l’inenarrabile, per
raccontare anonimati di strida e alienazioni.
“Era il senso della bellezza che la
liberava di colpo dall’angoscia e la riempiva di un nuovo desiderio di vivere” raccontava Kundera mentre mi seguiva
da vicino. Esattamente questo accadeva.
Ah! Mi torna chiaro
alla mente, adesso.
Vivevo di film e l'hic et nunc
era un perpetuum con i film che si facevano, si viveva più spesso dentro
quelle storie quei colori quelle scene, quei suoni, che non nella vita
parallela, normale. Una eccitazione continua che brucia e ti fa sentire viva a
mille. Scintille e fusioni.
Si è giocatori in un gioco, si gioca o
non ci siamo. Il nostro mestiere è un gioco, è creare magie dal nulla. E questa
è una potenza inestimabile, infinita ed infinitesima. La vita è un'altra cosa.
Appartiene ad un altro livello di realtà, decisamente superiore spesso anche
qualitativamente, checché se ne possa dire. Ma il nucleo di 'vero' che si
genera su un set è talmente travolgente che penetra ogni fibra ogni poro ogni
respiro. Quella è la nostra realtà.
Si manifesta una sorta di misticismo
in certe vite quando sono al massimo, un arco voltaico quando si incontrano o
si scontrano nell'atto creativo. Il resto è un dettaglio, necessario ma sempre
un dettaglio.
Non è una chiusura mentre
evidentemente lo è. Per certo, non è l'unico mondo che vive stregato da se
stesso. Il mondo dei sub, ad esempio: una realtà altra, gente normale e sana
che già al pensiero di respirare dentro il mare si trasforma in uno spirito
diverso, silenzioso e raggiante, di un fascino serioso che segue uno sguardo
lontano. Il mondo dell'amore, anche, non sfugge a queste dinamiche atomiche.
Nell’universo delle
immagini ci sono regole tacite da rispettare, come in ogni gioco, e regole
scritte. Le une spesso tradite, le altre, pure. I famosi 3 o 4 giorni di lavoro
si moltiplicano regolarmente in maniera esponenziale. Non c'è nemmeno più da
stupirsi, si sa, è regola tacita. Frustrante, fastidiosa, purtuttavia
contingente. E il denaro, già tristo di per sé, raramente corrisponde, come se
il valore del prodotto d’arte non contasse più, una volta finito, e il tuo
lavoro si polverizzasse nello scorrere dei fotogrammi.
*
Ma il gioco, il gioco
creativo è tutta un'altra musica. Talvolta prende talmente la mano che davvero
ci si scorda di vivere. Mi disse una volta un grande sceneggiatore, allora uomo
dall’entusiasmo travolgente, adesso uomo-Oscar: “sai che stai lavorando quando ti dimentichi di pisciare”; oppure
diceva un altro: “come faccio a far
capire a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”.
Ecco. Un po' così
si vive. Ed è difficile vedere altro, è così inebriante e penetrante ed
avvolgente che diventa tutt'uno con noi stessi, fluidi. E siamo tutti così, non
c'è di che stupirsi. Probabilmente ci si nasce ci si cresce e, chissà, forse i
più fortunati ne muoiono.
Normalmente, se
così vogliamo dire, poi, accade che le persone frequentino e condividano con i propri
simili. E' tutto più facile, così, più immediato e naturale. Quindi non è poi
tanto diverso un mondo da un altro. Cambia l'oggetto vissuto, il colore
dell'attimo, la matrice della visione, ma la vita è vita sempre ovunque.
Siamo cerchi di esistenza, a volte ci
scontriamo, a volte ci compenetriamo, a volte ci appoggiamo l'uno all'altro e
rimaniamo tangenti, magari per tutta la vita. E a volte ci sbagliamo.
Si pensa davvero di guardare lo stesso
Sole, di seguire una rotta condivisa, di sentire la stessa brezza sulla pelle.
E mentre ci si smarrisce insieme nello stesso sogno, guardando l’orizzonte
lontano con occhi sfocati, le Sirene portano un canto nuovo, insospettato,
strabiliante; l’orecchio si mette in ascolto – chissà che intuizione ci giunge
dal mare dell’arte, chissà quale nuova magia si stana da sotto la chiglia,
chissà che messaggio in bottiglia cavalca le onde… Macché! Macché! Son uomini
che parlano! Celate da voci ammalianti, le loro considerazioni profonde
sull’arte, per oggi, vertono su un solo nuovo argomento: oibò! ma lei indossa
mutande da uomo!
E qui lo sgomento che chiude la gola. Chissà
che disturbo possa arrecare una donna che porta mutande da uomo, ancora non mi
è stato spiegato. E perché poi si possa anche soltanto sfiorare questa intimità
personale parlando di una donna al lavoro, credo che non lo capirò mai.
Ma tant’è.
Questo mi son
trovata d’intorno, addosso, sopra e sotto, mentre facevo le rotte per andare
lontano. E mentre investivo su un equipaggio che sapevo coeso nel desiderio di
scoprire nuove terre, varcare oceani d’arte e di creazione, pronta come sempre
a far da conduttore, da cambusiere e pure da rematore, mi son scoperta in uno
stagno di prepotenze frustrazioni e povere meschinità che abitavano in genti cosiddette
mascoline così come in muliebri creature.
L’uomo non si fa
uomo valutando le mutande di una donna, e la donna non si fa donna mostrando le
donnesche vesti. Lo credo poco nella vita, men che meno nel lavoro. Che nessuno
possa giudicare che lo stipendio di una signora abbia a essere inferiore di
quello maschile, perché non è da lì che si evince la vera virilità. Che nessuno
mai possa accerchiare una donna in quanto unico esemplare nella stanza dei
bottoni. Che nessun uomo si azzardi mai a ritenersi professionalmente superiore
se non per numero. E che nessuno mai imponga a una donna di indossare gonne
corte e scollature come vincenti strategie d’affari. Son tutte cose da individui
piccoli piccoli, queste, che finiscono poi per travalicare genere, età e ruolo
sociale.
Non si fa l’arte
buona coi pastrocchi nel capo. Non si fanno affari al sapor della vendetta. Perché
non è vero che l’uomo è bravo di default.
Ecco perché.
E cala il sipario sull’ultima
replica.
*
Avevo
costruito un castello fatto dei miei sogni di ragazza, pieno d’arte di magia e
d’amore. Mi ci ero messa dentro, per costruirlo meglio e starci al sicuro, al
centro. Avevo invitato amici amanti compagni di gioco e colleghi ad abitarci
con me, a condividerne la costruzione e le luminose stanze, a goderne i frutti le
gioiose fatiche e le soddisfazioni. Ci ho felicemente vissuto, nel mio magico
castello, per tanti anni, per un’epoca intera. Ah com’era bello! Ah che vita
scintillante che mi sono regalata!
Poi,
un giorno qualunque, mi son girata un attimo, e d’improvviso mi son trovata straniera fra stranieri, estranea
a casa mia, aliena al mio pianeta. Pian piano pure la vista si è ridotta, non riuscivo
quasi più a vedere il fuori, tanto i muri erano diventati alti; dentro solo
voci verso di me, ogni cosa mi parlava dandomi direzioni giudizi pareri, e
responsabilità. Tutte le responsabilità del mondo, più tutte quelle di chi era
in fuga da se stesso. E a un certo punto, molto in là nel tempo, non riuscivo
più a muovermi, a vedere, a sentire. Mi ero inchiodata ai miei sogni.
Ed era estremamente
difficile uscirne, ci voleva uno strappo oppure tanto tanto tempo.
Il tanto tempo è
passato. Gli strappi non sono avvenuti. Ho dovuto strappare io. Quella cortina
che ti divide dal mondo che fluisce accanto a te, quel velo che si crea a volte
anche cementato tra te e le persone che hanno un lavoro, che fanno i genitori,
che guardano la televisione; che hanno amici che hanno un lavoro, che fanno i
genitori e guardano la televisione. E i lavori sono tutti diversi, i bambini
tutti simili e la televisione li accomuna. Quasi indistintamente, viaggiano e
fanno vacanze con regolarità.
Eppure, c’è anche
dell’altro tutto da esplorare.
E' strano vedere il
mondo dall'altra parte, dopo tanta vita dentro il tuo castello è strano guardar
fuori. Incuriosisce, si scoprono mille piccole cose nuove, alcune insospettate,
è una continua sorpresa. E' vero, non si sentono le spinte le gomitate ma
neanche l'adrenalina la magia le emozioni una sull'altra, la violenza della
passione delle passioni. Qui è tutto smooth.
Il film, però. Il
film è una magia. A volte una magia nera. Ma spesso un'eruzione di
bello-liquido che si rovescia sulla gente, su chi lavora crede e viaggia con te
in direzione fantasia. Universo parallelo.
Ed è facile dire,
una volta usciti da lì, che è solo in quel mondo e in quel modo che si possono
fare i film. Non ci sono alternative, né vie di mezzo. Questo intendevo forse
quando parlavo di scelta assoluta, un tempo.
Mi sembra tanto
tanto tempo fa, sì proprio quel tanto tempo fa.
Una volta usciti di
là, dal mondo dei film, si è diversi. C'è una vita propria, al di fuori della
magia della messinscena, che esiste nonostante te. E che esisteva comunque,
nonostante te. Anche se, pare strano a dirsi, a me è sembrato sempre più facile
dare un ciak che comprare un paio di scarpe: un ciak ti mette a nudo, una
scarpa spesso ti riveste, e per chi cerca la nudità dell’animo non c’è possibilità
di scelta.
Questo, tuttavia, non
fa sentire l'assenza della potenza: a volte con un paio di scarpe regalate e
una tazza gigante di gelato si sente la vita scorrere, si sente la leggerezza
della linfa pulita che passa dentro, si sta in una dimensione più semplice meno
potente sicuramente meno impegnativa. E credo che sia una bella scoperta,
soprattutto l'aver scelto di saltare a piè pari da quell'universo immenso e
pieno, indegno e magico, fatato e turpe al tempo stesso.
Perché
anche le mura più alte e solide hanno crepe e fessure. Per fortuna, dico io. E
da lì hanno cominciato a filtrare luci screziate di altre realtà, spifferi
tiepidi di mondi diversi, piccoli suoni come miagolii. Io sono andata a vedere,
data la mia indomabile curiosità naturale, e a poco a poco ho dischiuso queste
fessure, aperto queste crepe con le mani le unghie i denti strappandomi i
capelli urlando e tacendo, odiando ed amando, camminando con un piede e stando
ferma con l’altro, entrando in me stessa per uscire fuori. Col sorriso da una parte, un po' increspato.
La
via per la mia nuova vita è stata una operazione volta alla progressiva
sottrazione di peso, lento sfoltire smaltire digerire, togliere buttare fare
spazio, e anche chiudere chiudere chiudere. Chiudere non per togliere aria, ma per dare
aria. Chiudere il vecchio per far spazio al nuovo.
Ho
costruito uno scalino come soglia di casa con la pietra del passato, e la
voglio usare per uscire ogni giorno calpestandola come appoggio solido. Ho
trasformato macigni in palloncini e piume bianche per arrivare a vedere il
cielo. Ho spalancato le finestre al sole e al vento per acchiappare la
gratitudine. Ho imparato un po’ alla volta a lasciare andare, e sto lasciando
andare, un po’ alla volta.
E’
buffo quando le cose trovano da sé la via e tutto diventa magicamente fluido.
*
E
finalmente, un giorno di maggio, un paio di baffi bianchi mi hanno stuzzicato
il naso, facendomi cenno di seguirli, di fidarmi di loro. Erano vibrisse, altro
che baffi!
Una
micro-micia orfana e coraggiosa mi ha spalancato il grande portone sul fuori,
sul dentro, su un altro universo. Questo minuscolo essere aveva bisogno di cure
ogni giorno, ogni momento. Così, tanto per dimostrarmi che, quando si vuole, il
tempo si trova sempre. Io l’ho cresciuta, lei ha cresciuto me, ci siamo guarite
accudite, guardate e affidate, una vicina all’altra. Sempre insieme finché
dura, le dico io ogni giorno, e lei mi risponde - ma non saprei spiegarvi come.
Da
qui è stato tutto uno scivolare nel niente, come pattinare su un lago
ghiacciato sottile trasparente e resistente; camminare e vivere in levare, battere il tempo solo per
salvarsi, togliere via e lasciare andare ogni cosa che potesse ostacolare o
appesantire questo nuovo cammino verso il nuovo, per l’appunto. Volti nuovi e
nuove sensazioni, abbracci freschi e confidenti, incontri “santi e benedetti”,
sorrisi sconosciuti e illuminanti, messaggi al cuore e massaggi al corpo:
queste sono solo alcune delle cose nuove che mi hanno indicato la via come
pietre segna-passi in un giardino zen.
E
piano piano ma sempre più e più, ogni ufficio si svuotava di senso. Ogni mio
vecchio uffizio, ogni compito, ogni
lavoro, ogni collega ed ogni cliente, così come ogni momento creativo, tutto
diventava stantìo, fermo, vecchio, a tratti inesistente. Di sicuro era ormai cosa
ingombrante, pesante, gravosa. I volti della familiarità quotidiana si son
fatti sempre più incomprensibili come in una progressione cubista, le voci
acute e stridenti, lo sgomitare altrui si è ficcato sempre più a fondo nel
fegato, nello stomaco, fiaccando le reni, fissando il fianco per ferirlo
colpirlo lacerarlo.
La
considerazione professionale e umana diventate solo business e rivalsa, ogni passione si era aggrovigliata al denaro, unica
spinta al lavoro infiltratasi anche nella quotidianità; il divertimento, la
complicità e la gioia, la condivisione di sogni crescita ed obiettivi, si eran tutti
trasformati in spasmodica ricerca di moneta, così avida incessante e
fagocitante che tutto annulla.
E’
stata dura capirlo in un baleno. Ma intanto quella sacra pesantezza che un
tempo era carnalità, passione, magia creativa scesa in terra, ha perso tutta la
sua sanità, la sua santità, l’effimera bellezza, il complice umorismo; tutto si
è fatto rancore tremolante e urlante che spingeva via, ed era via che io volevo
andare. Due forze opposte e contrapposte – di odio e d’amore – che spingono
nella stesa direzione. Una potente ed ineffabile pozione magica che tutto può.
*
Poi
un giorno qualcos’altro accadde.
“Fu un vero raccoglimento il mio, uno di quegli istanti rari che l'avara
vita concede, di vera grande
oggettività in cui si cessa
finalmente di credersi e sentirsi vittima. In mezzo a quel verde
rilevato tanto deliziosamente da quegli sprazzi di sole, seppi sorridere alla mia vita”.
Tornata d’incanto
al compagno d’infanzia Zeno Cosini, rinacqui bambina un’altra volta.
“Ma
non la storia dei successi: quella delle traversie meritava d’essere raccontata”,
mi suggerì Jules Verne.
Nessun
fallimento, nessun rimpianto o rimorso. Niente rinnego di ciò che ho fatto,
tutto è stato passo necessario scelto ed utile al percorso che mi ha portata
fin qui.
E
chissà dove, poi.
Ho
seguito il cuore, fin da sempre, fin da subito. Ho attraversato la pesantezza
sacra e scintillante e quella maledetta e buia, le ho conosciute bene. Un giro
di boa - i 40 anni - e un nuovo viaggio su rotte ancora da tracciare.
Perché quando un
sogno è visto vissuto compiuto concluso, è giunto il tempo di ri-iniziare a
sognare.
Un
altro motto mi guida nell’adesso: Radicata,
scorro – per l’appunto, da Virginia Woolf. Ma questo è un altro discorso.
Adesso
sto salpando, sulla mia piuma bianca, alla volta della leggerezza.
o5.o5.2o16
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